Speriamo che Keynes non vinca al G20 di Toronto

Il G20 di Toronto ha, tra i suoi argomenti principali di dibattito, le politiche macroeconomiche che i governi dovrebbero adottare nei prossimi mesi per uscire dalla crisi. E in Canada ci saranno due schieramenti. Da una parte, identificata principalmente con la posizione della Germania, si sosterrà che i conti pubblici, che erano già in forte disequilibrio in molti paesi prima della crisi, hanno raggiunto livelli pericolosi. di Vito Tanzi
21 AGO 20
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Il G20 di Toronto ha, tra i suoi argomenti principali di dibattito, le politiche macroeconomiche che i governi dovrebbero adottare nei prossimi mesi per uscire dalla crisi. E in Canada ci saranno due schieramenti. Da una parte, identificata principalmente con la posizione della Germania, si sosterrà che i conti pubblici, che erano già in forte disequilibrio in molti paesi prima della crisi, hanno raggiunto livelli pericolosi. Senza correzioni, questi livelli potrebbero portare a una catastrofe fiscale in cui vari paesi perderebbero la capacità di pagare i loro debiti sovrani o perderebbero la fiducia dei creditori. Questo schieramento sostiene che l’inizio della correzione nei conti pubblici non può attendere la fine della crisi. La correzione dovrebbe cominciare subito, o per lo meno dovrebbe essere decisa ed annunziata ora, come alcuni paesi hanno cominciato a fare (Germania, Gran Bretagna, etc.). Ad ogni modo la correzione richiederà vari anni per essere sufficiente. Rimane la preoccupazione che una crisi fiscale potrebbe arrivare prima della fine della crisi economica e potrebbe avere conseguenze disastrose. Più si ritarda, più realista diventa questa possibilità. La correzione è quindi una specie di assicurazione contro l’enorme pericolo di una crisi fiscale e generale.

L’altra posizione, generalmente attribuita agli Stati Uniti, e appoggiata da alcune personalità di grande visibilità nel campo economico, come George Soros, Martin Wolf, Paul Krugman e Larry Summers, sostiene che una rapida correzione dei conti publici potrebbe a sua volta portare a conseguenze pericolose perché sottrarrebbe domanda da economie con alta disoccupazione, che rimangono ancora deboli e che hanno bisogno di sostenere l’attività economica con la spesa pubblica. La posizione americana è naturalmente condizionata dalla sua capacità di poter controllare la creazione di dollari in circolazione e di ottenere prestiti in dollari. Ma le agenzie di rating, e non solo loro, hanno cominciato ad esprimere preoccupazione per il peggioramento dei conti pubblici americani.

Qualche commento può aiutare a comprendere il merito di queste posizioni
. Il primo è che molti dei paesi ora in crisi avevano conti pubblici lontani dall’equilibrio e che già avevano bisogno di correzione prima della crisi. Bisogna ricordare l’assalto contro le regole di Maastricht in Europa, alcuni anni fa, da parte di governi che non volevano correggere i loro conti, e le critiche alla politica economica di Bush, che ridusse la pressione fiscale mentre faceva la guerra in Iraq e in Afghanistan e aumentava la spesa pubblica. Il secondo è che gran parte della disoccupazione risulta da squilibri strutturali che erano già diventati preoccupanti prima della crisi. L’esempio piu’ evidente era l’eccessivo numero di persone che in vari paesi erano impegnate nella costruzione di case o di automobili che avevano poco mercato. I grandi squilibri nella bilancia commerciale di vari paesi non erano sostenibili. Gli Stati Uniti, per esempio, stavano accumulando debiti enormi verso la Cina e altri stati. Lo stesso stava succedendo in paesi come la Grecia, la Spagna, l’Irlanda, etc. La disoccupazione creata da questi squilibri può essere ridotta solo da correzioni di carattere strutturale e non dall’uso di vitamina macroeconomica finanziata da debiti eccessivi.

Terzo, la soluzione keynesiana è comunque più efficace quando è usata in situazioni in cui i conti pubblici non creano dubbi di sostenibilità. E’ un poco ingenuo credere che l’economia continuerà a reagire positivamente a una dose addizionale di debito pubblico quando c’e’ il pericolo, non teorico, di fallimento. Forse la lezione di Keynes non è stata imparata bene anche da economisti di grande grido.

A Toronto si discuterà pure il possible uso di tasse sulle attività finanziarie per scoraggiare la speculazione – attraverso una Tobin tax – o per creare fondi che possono essere usati durante una futura crisi, per assistere imprese in difficoltà. Vari paesi hanno annunciato la loro intenzione di introdurre queste tasse. La Tobin tax richiederebbe un accordo a livello globale che dovrebbe anche determinare come distribuire tra i vari paesi il gettito ottenuto. Tale accordo è molto difficile che sia raggiunto. Le imposte nazionali sulle attività finanziarie per creare fondi da usare durante crisi future potrebbero distrarre i paesi dal tentative di introdurre riforme che riducono le possibilità di crisi. Ad ogni modo, senza altre riforme, queste tasse sarebbero pagate dal pubblico e non necessariamente da coloro che operano nel mercato finanziario.
di Vito Tanzi